| Cantata 1 | |
| La Tempesta | |
| No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
a parlarti d'amor. So che ti spiace; basta così. Vedi che il ciel minaccia improvvisa tempesta: alle capanne se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo ad offrir l'opra mia. Che! Non paventi? Osserva che a momenti tutto s'oscura il ciel, che il vento in giro la polve innalza e le cadute foglie. Al fremer della selva, al volo incerto degli augelli smarriti, a queste rare, che ci cadon sul volto, umide stille, Nice, io preveggo... Ah non tel dissi, O Nice? ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai ? Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo di pensare alla greggia. In questo speco riparati frattanto; io sarò teco. Ma tu tremi, o mio tesoro! Ma tu palpiti, cor mio! Non temer; con te son io, né d'amor ti parlerò. Mentre folgori e baleni, sarò teco, amata Nice; quando il ciel si rassereni, Nice ingrata, io partirò. Siedi, sicura sei. Nel sen di questa concava rupe in fin ad or giammai fulmine non percosse, lampo non penetrò. L'adombra intorno folta selva d'allori che prescrive del Ciel limiti all'ira. Siedi, bell'idol mio, siedi e respira. Ma tu pure al mio fianco timorosa ti stringi, e, come io voglia fuggir da te, per trattenermi annodi fra le tue la mia man? Rovini il cielo, non dubitar, non partirò. Bramai sempre un sì dolce istante. Ah così fosse frutto dell'amor tuo, non del timore! Ah lascia, o Nice, ah lascia lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti sempre forse fin or. Fu il tuo rigore modestia, e non disprezzo; e forse questo eccessivo spavento è pretesto all'amor. Parla, che dici? M'appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi vergognosa lo sguardo! Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo. Non parlar, mia speranza; quel riso, quel rossor dice abbastanza. E pur fra le tempeste la calma ritrovai. Ah non ritorni mai, mai più sereno il dì! Questo de' giorni miei, questo è il più chiaro giorno Viver così vorrei, vorrei morir così. | |
| Cantata 2 | |
| La Gelosia | |
| Perdono, amata Nice,
bella Nice, perdono. A torto, è vero, dissi che infida sei: detesto i miei sospetti, i dubbi miei. Mai più della tua fede, mai più non temerò. Per que' bei labbri lo giuro, o mio tesoro, in cui del mio destin le leggi adoro. Bei labbri, che Amore formò per suo nido, non ho più timore, vi credo, mi fido: giuraste d'amarmi; mi basta così. Se torno a lagnarmi che Nice m'offenda, per me più non splenda la luce del dì. Son reo, non mi difendo: puniscimi, se vuoi. Pur qualche scusa merita il mio timor. Tirsi t'adora; io lo so, tu lo sai. Seco in disparte ragionando ti trovo: al venir mio tu vermiglia diventi, ei pallido si fa; confusi entrambi mendicate gli accenti; egli furtivo ti guarda, e tu sorridi... Ah quel sorriso, quel rossore improvviso so che vuol dir! La prima volta appunto ch'io d'amor ti parlai, così arrossisti sorridesti così, Nice crudele. Ed io mi lagno a torto? E tu non mi tradisci? Infida! ingrata! barbara!... Aimè! Giurai fidarmi, ed ecco ritorno a dubitar. Pietà, mio bene, son folle: in van giurai; ma pensa al fine che amor mi rende insano che il primo non son io che giuri in vano. Giura il nocchier, che al mare non presterà più fede, ma, se tranquillo il vede, corre di nuovo al mar. Di non trattar più l'armi giura il guerrier tal volta, ma, se una tromba ascolta già non si sa frenar. | |
| Cantata 3 | |
| La Pesca | |
| Già la notte s'avvicina:
vieni, o Nice, amato bene, della placida marina le fresch'aure a respirar. Non sa dir che sia diletto chi non posa in queste arene or che un lento zefiretto dolcemente increspa il mar. Lascia una volta, o Nice, lascia le tue capanne. Unico albergo non è già del piacere la selvaggia dimora; hanno quest'onde i lor diletti ancora. Qui, se spiega la notte il fosco velo, nel mare emulo al cielo più lucide, più belle moltiplicar le stelle, e per l'onda vedrai gelida e bruna rompere i raggi e scintillar la luna. Il giorno al suon d'una ritorta conca, che nulla cede alle incerate avene, se non vuoi le mie pene, di Teti e Galatea, di Glauce e Dori ti canterò gli amori. Tu dal mar scorgerai sul vicin prato pascer le molli erbette e le tue care agnellette, non offese dal sol fra ramo e ramo: e con la canna e l'amo i pesci intanto insidiar potrai; e sarà la mia Nice pastorella in un punto e pescatrice. Non più fra' sassi algosi staranno i pesci ascosi; tutti per l'onda amara, tutti verranno a gara fra' lacci del mio ben. E l'umidette figlie de' tremuli cristalli di pallide conchiglie, di lucidi coralli le colmeranno il sen. | |
| Cantata 4 | |
| Il Sogno | |
| Pur nel sonno almen talora
vien colei, che m'innamora, le mie pene a consolar. Rendi Amor, se giusto sei, più veraci i sogni miei, o non farmi risvegliar. Di solitaria fonte sul margo assiso al primo albore, o Fille, sognai d'esser con te. Sognai, ma in guisa che sognar non credei. Garrir gli augelli, frangersi l'acque e susurrar le foglie pareami udir. De' tuoi begli occhi al lume, come suol per costume, fra' suoi palpiti usati era il cor mio. Sol nel vederti, oh Dio! pietosa a me, qual non ti vidi mai, di sognar qualche volta io dubitai. Quai voci udii! Che dolci nomi ottenni, cara, da' labbri tuoi! Quali in quei molli tremuli rai teneri sensi io lessi! Ah se mirar potessi quanto splendan più belle fra i lampi di pietà le tue pupille, mai più crudel non mi saresti, o Fille. Qual io divenni allora, quel che allora io pensai, ciò che allor dissi, ridir non so. So che sul vivo latte della tua mano io mille baci impressi; tu d'un vago rossor tingesti il volto. Quando improvviso ascolto d'un cespuglio vicin scuoter le fronde: mi volgo, e mezzo ascoso scopro il rival Fileno, che d'invido veleno livido in faccia i furti miei rimira. Fra la sorpresa e l'ira avvampai, mi riscossi in un momento, e fu breve anche in sogno il mio contento. Partì con l'ombra, è ver, l'inganno ed il piacer; ma la mia fiamma, oh Dio! idolo del cor mio, con l'ombra non partì. Se mai per un momento sognando io son felice, poi cresce il mio tormento, quando ritorna il dì. | |
| Cantata 5 | |
| Il Nome | |
| Scrivo in te l'amato nome
di colei, per cui mi moro, caro al Sol, felice alloro, come Amor l'impresse in me. Qual tu serbi ogni tua fronda serbi Clori a me costanza: ma non sia la mia speranza infeconda al par di te. Or, pianta avventurosa, or sì potrai fastosa l'aria ingombrar con le novelle chiome; or crescerà col tronco il dolce nome. Te delle chiare linfe le abitatrici ninfe; te dell'erte pendici le ninfe abitatrici e gli altri tutti agresti numi al rinnovar dell'anno con lieta danza ad onorar verranno. Del popolo frondoso a te sommessi or cederan l'impero non sol gli elci, gli abeti, le roveri nodose, i pini audaci, ma le palme idumee, le querce alpine. Io d'altra fronda il crine non cingerò; non canterò che assiso all'ombra tua: dell'amor mio gli arcani solo a te fiderò; tu sola i doni, tu l'ire del mio bene, tu saprai le mie gioie e le mie pene. Per te d'amico aprile sempre s'adorni il ciel; né all'ombra tua gentile posi ninfa crudel, pastore infido. Fra le tue verdi foglie augel di nere spoglie mai non raccolga il vol; e Filomena sol vi faccia il nido. | |
Designed and hosted by Cantata Editions © 1998 - 2008. All rights reserved.